Capitolo 8

Giacomo, Mario, Amerigo

Tre uomini, tre storie di corpi immobili e mondi interiori che chiedono di essere raggiunti.

Giacomo: il primo di tre fratelli

Giacomo ha trent’anni. Da undici vive in stato vegetativo permanente, conseguenza di un incidente stradale che, a diciannove anni, ha quasi posto fine alla sua esistenza. Primo di tre fratelli, incarnava quel ruolo speciale riservato ai primogeniti: colui che apre la via e accompagna i minori. Oggi, il suo corpo racconta un’altra storia — fatta di cicatrici profonde, di posture contratte e immodificabili. Alterna la permanenza a letto a brevi periodi sulla sedia a rotelle.

La madre lo accompagna a giorni alterni, sedendo accanto a lui mentre guarda verso la finestra della sala comune. È lì che la luce, i suoni e i movimenti sembrano catturare la sua attenzione. In quei momenti, il mondo interiore di Giacomo si svela a tratti: un battito di ciglia, un lieve movimento degli occhi, un pugno che si serra.

Per lui, ogni attività creativa è un tentativo di aprire un canale comunicativo. Appendo un foglio alla finestra e disegno ciò che potrebbe risuonare nel suo immaginario: un volo di uccelli, un aeroplano, una mongolfiera che sfida il vento. Ogni tratto è accompagnato da parole, una narrazione che cerca di animare l’immagine. Porto della musica, creando sagome che si intrecciano con le note. Talvolta uso luci per disegnare sul soffitto forme fugaci, raccontandole prima che svaniscano.

Realizzo per lui una piccola giostrina artigianale — due bastoncini di legno, perle e fiocchi colorati che pendono a varie altezze. La appendo in camera, vicino al letto, affinché Giacomo possa osservare i movimenti delicati e scintillanti. Un invito visivo e simbolico a entrare in relazione.

Il percorso con Giacomo è un processo di contenimento e simbolizzazione. La finestra, la giostrina, le luci, i disegni: ogni elemento è un ponte tra il suo mondo interno e l’esterno, un tentativo di riattivare frammenti del sé. Non si tratta di riempire un vuoto, ma di rispettarlo — e al contempo creare un dialogo possibile con l’invisibile.


Mario: la frattura di un futuro possibile

Mario ha settant’anni e da dieci vive in stato vegetativo, conseguenza di un ictus cerebrale che ha interrotto bruscamente la sua vita attiva. Coniugato da cinquant’anni con una donna premurosa e profondamente innamorata, è padre di tre figli e nonno di una nipotina di appena un anno — che non ha mai potuto tenere in braccio.

Mario conserva piccoli tratti della sua identità: il profumo del dopobarba che la moglie gli applica con cura, le sopracciglia che si aggrottano quando è infastidito, gli sbadigli nei momenti di noia. Sono frammenti di una soggettività che resiste, manifestazioni corporee che raccontano una storia complessa.

L’approccio terapeutico passa anche attraverso la stimolazione basale — il contatto corporeo, il tocco giusto per suscitare rilassamento e conforto. Mario lavora con un’operatrice esperta che utilizza luci e suoni. Osservando queste pratiche, apprendo nuove modalità per entrare in connessione con lui. La musica che porto, le immagini di cibo e vino che condivido — un tempo era un appassionato buongustaio — sembrano evocare un’eco del passato.

Mario reagisce a stimoli semplici ma significativi: un rumore improvviso lo spaventa, e la sua bocca si piega in giù. In risposta, disegno una faccina arrabbiata che attacco alla porta con un messaggio: “Accompagnare la porta, grazie!”. Questo gesto non solo tutela il suo stato emotivo, ma crea un ponte simbolico — un’espressione tangibile delle sue reazioni.

Anche per Mario realizzo una giostrina, simile a quella di Giacomo: forme sospese che offrono uno stimolo visivo, un gioco delicato di luce e colore nel suo campo visivo limitato. Ogni incontro è un esercizio di presenza e ascolto, un tentativo di rispondere al linguaggio silenzioso del corpo.


Amerigo: risvegliarsi in un corpo trasformato

Amerigo ha cinquant’anni. Due anni fa un infarto, seguito da un’ipossia cerebrale, lo ha condotto in un coma profondo. Sei mesi fa, contro ogni aspettativa, si è risvegliato — ritrovandosi però prigioniero di un corpo paralizzato al 90%. Oggi riesce a muovere gli occhi e, grazie all’aiuto di un terapista occupazionale, comunica scrivendo con la mano destra.

Amerigo vive sospeso in una costante oscillazione tra il desiderio di vivere e quello di morire. Non riesce ad accettare la sua condizione, ma al contempo non può accettare l’idea di cessare di esistere. La sua immobilità fisica è accompagnata da una profonda immobilità emotiva, fatta di rabbia e tristezza.

Prima dell’infarto, Amerigo dipingeva con grande passione. In accordo con il terapista occupazionale, abbiamo deciso di riprendere questo filo interrotto, creando un setting che gli permettesse di raccontarsi attraverso la pittura: un tavolino da letto regolabile, album con fogli ruvidi, tempere, pennelli, una tavolozza. Ogni elemento è stato scelto non solo per garantire funzionalità, ma per ricreare un ambiente familiare e stimolante — un invito a riappropriarsi di una parte di sé rimasta sopita.

Attraverso i suoi dipinti, Amerigo inizia a esplorare il tumulto di emozioni che lo abita: rabbia, paura, speranza, e quel desiderio inespresso di riconnettersi con il mondo esterno. Ogni pennellata diventa una forma di dialogo tra le sue emozioni e la sua nuova identità. Nei giorni in cui la depressione prevale, mi ritiro con discrezione, rispettando il suo bisogno di silenzio. Il setting resta lì — un invito gentile a riprendere quando sentirà di poterlo fare.

La pittura non è solo un’attività: è un mezzo attraverso cui Amerigo può ricostruire un rapporto con sé stesso, accogliendo le sue fragilità e riconoscendo il valore del suo essere, nonostante le limitazioni che lo accompagnano.

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